Le elezioni americane più importanti dal 1980
Che cosa c’è in ballo (punto per punto) nella gara tra Obama e McCain
Quest’anno le differenze politiche e ideologiche tra democratici e repubblicani sono più profonde che in tutte le precedenti elezioni sin dalla fine della Seconda guerra mondiale, fatta eccezione per la donchisciottesca sfida di Barry Goldwater alla Great Society di Lyndon Johnson nel 1964, la missione suicida di George McGovern contro Richard Nixon nel 1972 e la vittoria di Ronald Reagan su Jimmy Carter nel 1980. di Conrad Black Leggi Obama non ha fatto nessuna gaffe

Quest’anno le differenze politiche e ideologiche tra democratici e repubblicani sono più profonde che in tutte le precedenti elezioni sin dalla fine della Seconda guerra mondiale, fatta eccezione per la donchisciottesca sfida di Barry Goldwater alla Great Society di Lyndon Johnson nel 1964, la missione suicida di George McGovern contro Richard Nixon nel 1972 e la vittoria di Ronald Reagan su Jimmy Carter nel 1980.
Obama, al contrario, propone un’assicurazione medica obbligatoria, cosicché circa la metà della popolazione otterrà la copertura finanziaria dal governo federale. Nessuno dei due candidati propone di porre limiti massimi a risarcimenti, premi assicurativi o prezzi delle medicine. In tal modo, quale che sia la proposta vincente, i costi per l’assistenza sanitaria supereranno notevolmente l’attuale strabiliante cifra di duemila miliardi di dollari, vale a dire il 16 per cento del pil percentuale più alta di quella di tutto il resto del mondo. Il nuovo presidente dovrà prendere difficili decisioni sul piano economico, e per questo compito il programma di McCain è più adatto di quello di Obama. Alzare le tasse quando l’economia è sull’orlo di una recessione è un piano di ripresa uscito di moda già al tempo di Herbert Hoover, 75 anni fa.
Le differenze su aborto e armi. Le differenze su altre tradizionali questioni, come l’aborto e il controllo sulle armi, sono ancora più nette, anche se Obama ha cercato di mascherarle nel discorso di accettazione alla convention democratica. Ha proclamato di rispettare il diritto costituzionale a portare armi, ma ha detto di non volere vendere kalashnikov AK-47 a bande di criminali – come se qualcuno l’avesse mai voluto! (I lettori sapranno che io, in questo momento, sono tecnicamente un criminale negli Stati Uniti, grazie alla perversità del sistema giudiziario del paese. Posso affermare con certezza che distribuire AK-47 ai detenuti del carcere in cui mi trovo al momento della loro liberazione non farebbe alzare il tasso di criminalità. Quei pochi che desiderassero mettere le mani su un kalashnikov lo potrebbero fare facilmente qualsiasi cosa ne pensi il governo federale). Obama ha detto di rispettare il diritto alla vita, ma anche che ci sono “troppi bambini indesiderati” – una sorta di apertura all’aborto, insomma. McCain e la sua candidata alla vicepresidenza, invece, hanno sull’aborto e il controllo sulle armi una posizione netta, ma non intransigente. Ancora più dirompenti sul piano sociologico sono gli appelli agli elettori bianchi da parte dei democratici e quelli agli elettori di sesso femminile da parte dei repubblicani. Obama ha detto alla comunità nera di mettersi in forma, porre fine alla frammentazione della famiglia e cessare di giocare la carta della vittima.
Le differenze su aborto e armi. Le differenze su altre tradizionali questioni, come l’aborto e il controllo sulle armi, sono ancora più nette, anche se Obama ha cercato di mascherarle nel discorso di accettazione alla convention democratica. Ha proclamato di rispettare il diritto costituzionale a portare armi, ma ha detto di non volere vendere kalashnikov AK-47 a bande di criminali – come se qualcuno l’avesse mai voluto! (I lettori sapranno che io, in questo momento, sono tecnicamente un criminale negli Stati Uniti, grazie alla perversità del sistema giudiziario del paese. Posso affermare con certezza che distribuire AK-47 ai detenuti del carcere in cui mi trovo al momento della loro liberazione non farebbe alzare il tasso di criminalità. Quei pochi che desiderassero mettere le mani su un kalashnikov lo potrebbero fare facilmente qualsiasi cosa ne pensi il governo federale). Obama ha detto di rispettare il diritto alla vita, ma anche che ci sono “troppi bambini indesiderati” – una sorta di apertura all’aborto, insomma. McCain e la sua candidata alla vicepresidenza, invece, hanno sull’aborto e il controllo sulle armi una posizione netta, ma non intransigente. Ancora più dirompenti sul piano sociologico sono gli appelli agli elettori bianchi da parte dei democratici e quelli agli elettori di sesso femminile da parte dei repubblicani. Obama ha detto alla comunità nera di mettersi in forma, porre fine alla frammentazione della famiglia e cessare di giocare la carta della vittima.
La candidatura di Sarah Palin è, in parte, un tentativo di strappare la leadership del movimento femminista all’élite militante della sinistra e metterla nelle mani di una maggioranza silenziosa di donne ambiziose ma tradizionali. E’ una mossa coraggiosa per cercare di separare l’aborto da altre questioni generalmente associate ai diritti delle donne. I democratici e i media femministi non sono riusciti a spacciare l’immagine della governatrice Sarah Palin come uno zuccone Dan Quayle travestito, una mogliettina dal grilletto facile e una madre negligente (perché avrebbe scelto di candidarsi alla vicepresidenza nonostante la sua giovane famiglia e la gravidanza della sua figlia diciassettenne e non sposata).
La frenesia dell’assalto iniziale, e l’ipocrita affermazione che le donne sarebbero state offese dalla candidatura di una simile stupida cafona, ha dimostrato che McCain non ha dimenticato la strategia militare di applicare la massima forza possibile al momento decisivo e di ottenere la massima sorpresa: se i liberal stanno cercando di impadronirsi del terreno più vantaggioso sulle questioni del sesso extraconiugale e delle madri lavoratrici, vuol davvero dire che hanno paura. Ma neppure i repubblicani erano preparati al virtuosismo del debutto di Sarah Palin alla convention. Riuscire a essere accattivante e candida, e allo stesso tempo spiritosa; dura e decisa senza apparire come una vecchia megera; un’autentica femminista sulle cose cui le donne aspirano veramente, ma allo stesso tempo tradizionalista; una brava e onesta governatrice e una nemica degli eccessi delle compagnie petrolifere e degli ormai proverbiali interessi speciali. Le prime repliche dei democratici e dei media su un’offesa alle donne americane, su una sciocca mediocrità borghese, con l’immagine di una primitiva donna della frontiera con il fucile in una mano e la Bibbia nell’altra non hanno avuto alcun effetto.
Palin è una persona di naturale popolarità, l’esatto opposto di Joe Biden, un noioso e mediocre burocrate di sinistra, pieno di arroganza e vuote parole. Quando Palin ha raccontato che Harry Reid, quel tedioso nonnulla che i democratici hanno inflitto al Senato come leader di maggioranza, aveva dichiarato di detestare McCain e ha aggiunto che quello era il maggior complimento che poteva ricevere il candidato repubblicano, è stata sommersa dagli applausi.
L’America che verrà. George W. Bush ha un tasso di popolarità del 30 per cento, piuttosto basso ma non senza precedenti. Quello del Congresso, però, è a una sola cifra, una percentuale persino inferiore a quella degli americani convinti che Elvis Presley sia ancora vivo. Per tutti gli ultimi due anni i democratici hanno pensato che l’unica cosa che dovessero fare era menzionare il nome del presidente uscente e spedire in giro grossi camion a raccogliere tutti i voti per il loro partito. I lettori attenti ricorderanno che non l’ho mai pensata così. I candidati democratici propongono una politica estera di eterni negoziati, a parte l’irresponsabile promessa di Obama che, per dare la caccia a Osama bin Laden, sarebbe pronto a invadere il Pakistan, una potenza nucleare e un alleato, con una popolazione otto volte maggiore di quella dell’Iraq.
L’America che verrà. George W. Bush ha un tasso di popolarità del 30 per cento, piuttosto basso ma non senza precedenti. Quello del Congresso, però, è a una sola cifra, una percentuale persino inferiore a quella degli americani convinti che Elvis Presley sia ancora vivo. Per tutti gli ultimi due anni i democratici hanno pensato che l’unica cosa che dovessero fare era menzionare il nome del presidente uscente e spedire in giro grossi camion a raccogliere tutti i voti per il loro partito. I lettori attenti ricorderanno che non l’ho mai pensata così. I candidati democratici propongono una politica estera di eterni negoziati, a parte l’irresponsabile promessa di Obama che, per dare la caccia a Osama bin Laden, sarebbe pronto a invadere il Pakistan, una potenza nucleare e un alleato, con una popolazione otto volte maggiore di quella dell’Iraq.
McCain, il veterano, l’ex prigioniero di guerra, figlio e nipote di ammiragli, non ha dubbi sull’uso dell’immensa potenza militare degli Stati Uniti per difendere i legittimi interessi nazionali. McCain è convinto che la guerra del Vietnam poteva e avrebbe dovuto essere vinta, e ha sempre sostenuto la guerra in Iraq, anche se ha giustamente criticato il modo in cui l’occupazione era gestita prima dell’avvio dell’operazione surge. Obama e Biden ritengono che il ricorso alla forza militare non sia praticamente mai giustificato. McCain e Palin credono che, se necessario, si debba mantenere la credibilità della propria deterrenza anche con un moderato uso della forza. Queste differenze filosofiche potrebbero portare a risposte molto diverse agli eventi internazionali.
Obama resterà il leader degli afroamericani, sia che vinca sia che perda. Quest’elezione dovrebbe mettere la leadership di questa comunità nelle sue mani; potrebbe porre la leadership del movimento femminista in gioco tra le militanti e le tradizionaliste; determinerà se gli Stati Uniti si muoveranno verso una maggiore influenza del settore pubblico sull’economia e i servizi sociali; e deciderà se le forze armate si ridurranno a un fragile colosso di Osimandia o se continueranno a essere il più potente fattore geopolitico del mondo. Queste sono le elezioni più importanti del mondo dai giorni dell’ascesa di Ronald Reagan nel 1980.
Conrad Black
© New York Sun
(traduzione di Aldo Piccato)
© New York Sun
(traduzione di Aldo Piccato)